Un pomeriggio qualunque, in uno studio qualunque

Una collaboratrice deve riformulare la clausola di una bozza di compravendita. Apre un chatbot, incolla il paragrafo — con i nomi delle parti, i dati catastali dell'immobile, il prezzo, il regime patrimoniale dei coniugi — e ottiene in dieci secondi una formulazione migliore. Nessuna intenzione malevola. Nessuna consapevolezza di aver appena trasferito dati coperti da segreto professionale sui server di un fornitore extraeuropeo.

Questo scenario non è ipotetico: è la normalità statistica in qualsiasi organizzazione in cui l'AI generativa fa risparmiare tempo. Negli studi notarili, però, ha un peso specifico diverso.

Perché il notaio non è un utente come gli altri

Il notaio è un pubblico ufficiale. La violazione del segreto professionale è un reato (Art. 622 del codice penale), e il dovere di riservatezza che discende dalla legge notarile e dai principi deontologici copre l'intero contenuto del rapporto col cliente — non solo l'atto finale, ma le bozze, le trattative, le condizioni economiche e familiari delle parti.

E i dati che attraversano uno studio sono tra i più identificanti che esistano: codici fiscali e partite IVA, dati catastali, estremi di documenti d'identità, IBAN, regimi patrimoniali, provenienze ereditarie. Un singolo paragrafo di una bozza può contenere tutto il necessario per identificare le parti e ricostruirne la situazione patrimoniale.

La domanda scomoda

Incollare un atto in un chatbot cloud è una comunicazione a terzi?

Sul piano sostanziale è difficile sostenere il contrario: il testo lascia lo studio, raggiunge l'infrastruttura di un fornitore, e in assenza di accordi specifici può essere conservato, analizzato, in alcuni casi usato per addestramento. Sul piano GDPR, lo studio resta titolare del trattamento e dovrebbe poter dimostrare la base giuridica del trasferimento e l'esistenza di garanzie ex Art. 28 — che l'account gratuito di un chatbot, semplicemente, non offre.

Le tre risposte che non funzionano

  • Vietare l'AI. Produce Shadow AI: l'uso continua, ma invisibile e non governato. Il rischio aumenta, la prova della diligenza sparisce.
  • Fidarsi delle impostazioni privacy del fornitore. Sposta il controllo fuori dallo studio: una casella spuntata in un pannello altrui non è una misura tecnica dimostrabile.
  • Anonimizzare a mano. Affida la protezione del segreto alla disciplina individuale, ogni volta, sotto pressione di tempo. È la misura che fallisce esattamente quando serve.

La risposta architetturale

L'alternativa è non far uscire il dato. Un presidio installato nello studio intercetta il testo prima che raggiunga il modello, riconosce le informazioni protette — incluse quelle tipiche dell'attività notarile, come partite IVA, dati catastali e documenti d'identità — e le sostituisce con segnaposto neutri. Il chatbot lavora sul testo schermato; la risposta torna leggibile solo all'interno dello studio; ogni intervento viene registrato in un archivio immutabile.

Il risultato pratico: i collaboratori usano l'AI come prima, il segreto professionale resta dentro le mura, e lo studio dispone — per ogni singola interazione — della prova tecnica di aver protetto il dato.

Non rinunciare: governare

La professione notarile ha sempre incorporato le tecnologie mantenendo intatta la propria funzione di garanzia. L'AI non fa eccezione: la scelta non è tra usarla e proteggerei clienti, ma tra usarla alla cieca e usarla in modo difendibile.

Abbiamo dedicato agli studi notarili un percorso specifico, con pattern di protezione costruiti sui dati che trattate ogni giorno: lo trovate qui.